Ennio Martignago ha realizzato un reportage al Silvereco Festival di Cannes analizzando l’economia dell’invecchiamento, tra innovazioni che salvano vite e startup che cercano problemi da risolvere
La Croisette è sommersa da uno strano monsone mediterraneo mentre a fatica varco le porte del Palais des Festivals passando dal parcheggio dove un giovanotto, messo lì come una AI solo per scannerizzare i QR code degli avventori, non ha la più pallida idea di dove indirizzarci. Giriamo per corridoi infiniti per capire dove dovremmo andare in questo istituto delle manifestazioni. Non ci sono red carpet né paparazzi questa volta: al posto delle star del cinema, 70 espositori da oltre 50 paesi sono qui per mostrare il futuro dell’invecchiamento. O almeno, questo è quello che promettono i banner giganti che campeggiano all’ingresso: “Ageing Well International Festival 2025 – The Future of Longevity”.
Curiosa, per non dire scandalosa l’assenza di attenzione per i benché minimi accorgimenti dí accessibilità in quella che dovrebbe essere rivolta a persone che facilmente potrebbero avere problemi fisici. Quando inizierà lo spettacolo comprenderò la ragione di questo: gli anziani a cui si rivolgono gli organizzatori sono quelli in forma come quello che si destreggia in acrobazie sul tappeto elastico o le matrone tappezzate di silicone, tatuaggi ormai sbiaditi e tiranti vari da chirurgia plastica. Per fortuna, dopo il glamour per ricchi e sani, fra gli espositori ho scoperto anche aziende sane, con purpose importanti, a patto di passare con il machete in una intricata foresta tropicale piena di liane infestanti. Quello che segue è il resoconto della mia avventura da Indiana Jones nel tempio della fontana dell’eterna giovinezza.
Dove sono, chi sono e perché sono qui?
Sono le 9:30 del mattino e le tre hall espositive sono già brulicanti di vita. Investitori thailandesi discutono animatamente con startup francesi, delegazioni danesi prendono appunti freneticamente, rappresentanti di residenze assistite spagnole testano dispositivi con la serietà di chi deve decidere dove investire budget sempre più risicati.
Il cuscino che salva 60.000 vite l’anno
Il mio primo stop è quasi per caso. Un piccolo stand nell’ala est, bandiera americana, una donna sui cinquant’anni con camice da infermiera sopra il tailleur. Jessica Bussert, RN, fondatrice di Wave Therapeutics, mi accoglie con un sorriso stanco e un’urgenza negli occhi che non ho ancora visto negli altri espositori.
“Vede questo?” Mi indica un cuscino per sedia a rotelle dall’aspetto ordinario. “Questo piccolo oggetto potrebbe aver salvato più vite di metà delle tecnologie AI presenti in questa sala.”
Le chiedo di spiegarmi. Si siede, tira fuori uno smartphone con grafici.
“60.000 persone muoiono ogni anno negli Stati Uniti per piaghe da decubito. Sessantamila. È come se cadesse un Boeing 737 ogni singolo giorno per un anno intero, e nessuno ne parla.” La sua voce si incrina leggermente. “Sono stata infermiera per 15 anni. Ho visto anziani divorati vivi da queste ulcere. Ho visto carne necrotizzata fino all’osso. Ho visto persone morire per sepsi causate da qualcosa che potevamo prevenire.”
Il cuscino che mi mostra non è ordinario. All’interno, una tecnologia di soft robotics brevettata combina pressione alternante e compressione sequenziale. “Come un’onda peristaltica che massaggia costantemente i tessuti,” spiega. “Elimina i punti di pressione, promuove circolazione sanguigna, ossigena i tessuti. E costa una frazione di quello che costa il miglior prodotto sul mercato.”
Mi mostra i dati: ROI rapido per i provider assistenziali, funziona dieci volte meglio dei competitor. Ma soprattutto, mi mostra le foto dei pazienti. Prima e dopo. Tessuti che guariscono, persone che tornano a sorridere.
“Il problema,” mi confida mentre un gruppo di investitori giapponesi si avvicina, “è che qui tutti vogliono parlare di AI e compagni digitali. Sexy, mediatico, finanziabile. Nessuno vuole parlare di culi e piaghe. Ma questa,” dice indicando il cuscino, “questa è la differenza tra la vita e la morte.”
La lascio circondata dai giapponesi e mi allontano con un pensiero che mi accompagnerà per tutto il festival: e se le innovazioni più necessarie fossero anche le meno affascinanti?
Il telefono rosa che riporta alla vita
Nell’hall centrale, un telefono rosa shocking attira la mia attenzione. Non per il colore – per il fatto che è palesemente vintage, con cornetta e tutto. Sembra uscito dagli anni ’60.
Al tavolo, un team del Quebec mi accoglie con entusiasmo contagioso. “Amical,” si presenta Jean-François, uno dei founder. “E sì, è un vero telefono. Funziona davvero.”
Gli chiedo perché nel 2025 qualcuno dovrebbe volere un telefono fisso vintage. La risposta mi spiazza.
“Mia nonna aveva l’Alzheimer,” inizia, e immediatamente capisco che non è un pitch, è una storia. “Negli ultimi anni non riconosceva più nessuno, viveva in una casa di cura. I caregiver dicevano che era ‘chiusa nel suo mondo’. Ma un giorno una psicomotricista ha avuto un’intuizione: le ha messo davanti questo telefono rosa, identico a quello che aveva in cucina da giovane. E mia nonna ha sorriso. Ha sollevato la cornetta. Ha fatto il gesto di comporre un numero.”
Il telefono contiene un’AI conversazionale. Ma l’hardware è deliberatamente retrò. “Non c’è nessun pulsante da premere, nessun touchscreen da capire, nessuna app da aprire. Tu sollevi la cornetta, e dall’altra parte c’è qualcuno – o qualcosa – che ti parla. Come facevi 60 anni fa.”
Lo testo. La voce è calda, naturale, paziente. Mi fa domande sulla mia giornata, ricorda cose che le ho detto pochi minuti prima, costruisce una conversazione che sembra autentica. Jean-François mi spiega che per le persone con demenza, la tecnologia moderna è terrorizzante – troppi stimoli, troppa complessità. Ma questo telefono parla il linguaggio della loro memoria profonda.
“Abbiamo già installato Amical in diverse case di cura in Quebec. Le psicomotriciste ci raccontano che residenti che non parlavano da mesi hanno ricominciato a conversare con il telefono. Non è che li curi dall’Alzheimer,” dice con onestà disarmante, “ma gli restituisce un’isola di connessione in un mare di confusione.”
Mi allontano pensando a quante volte confondiamo innovazione con complessità. A volte il futuro assomiglia al passato con l’intelligenza artificiale nascosta dentro.
Il radar invisibile che vede cadere le persone
Ala ovest, stand canadese. Pontosense. Un ragazzo sulla trentina con felpa da startup e l’energia nervosa di chi ha appena chiuso un round di finanziamento mi mostra una scatoletta bianca delle dimensioni di un rilevatore di fumo.
“Silver Shield,” dice. “Radar mmWave a 60 GHz. Vede attraverso i muri, rileva le cadute con accuratezza del 99.9%, distingue un essere umano da un cane o un robot aspirapolvere. E soprattutto,” fa una pausa drammatica, “nessuna camera, nessun microfono, nessun wearable.”
Gli chiedo perché è così orgoglioso dell’assenza di telecamere. Mi guarda come se avessi posto la domanda più importante della giornata.
“Mio nonno è caduto in bagno due anni fa. È rimasto lì per 14 ore prima che mia madre lo trovasse. Frattura del femore, polmonite da aspirazione, morte tre settimane dopo.” La sua voce si indurisce. “Quattordici ore. Se avesse avuto un sistema di rilevamento, sarebbe ancora vivo.”
Ma, continua, suo nonno aveva rifiutato categoricamente telecamere in casa. “Diceva: ‘Ho 87 anni, sono stato un uomo dignitoso tutta la vita, non voglio che nessuno mi guardi mentre vado al bagno o mi cambio i vestiti.’ E aveva ragione. La dignità non ha età.”
Il radar mmWave risolve questo dilemma. Rileva movimento, cadute, pattern vitali, ma restituisce solo dati astratti – nessuna immagine, nessun suono. “GDPR compliant per design,” sottolinea. “Privacy non come afterthought, ma come principio architetturale.”
Mi mostra i dati economici: ROI del 394% nel primo anno per le strutture assistenziali, riduzione cadute fino all’85%. Ma poi aggiunge qualcosa che mi colpisce: “Il vero ROI non è economico. È un nonno che torna a casa perché la famiglia sa che è al sicuro anche quando sono al lavoro. È autonomia preservata fino all’ultimo giorno possibile.”
Mentre me ne vado, noto un gruppo di investitori danesi che discutono animatamente guardando la demo. Il ragazzo mi sorride: “Questo è il futuro che voglio costruire. Tecnologia che ti protegge senza guardarti.”
L’esoscheletro che pesa quanto un laptop
Pausa pranzo. Il villaggio startup è un caos organizzato di networking frenetico. Mi muovo verso l’area dedicata ai dispositivi medicali e trovo lo stand spagnolo di GOGOA Mobility Robots.
Elena, ingegnere biomeccanico basca, indossa quello che sembra un gilet leggero con supporti alle gambe. “HELK,” dice, “0.7 chilogrammi. Probabilmente pesa meno della tua borsa.”
Gli esoscheletri che ho visto finora pesavano 5, 10, anche 15 chili. “Esattamente,” dice Elena. “E qual è il problema? Che nessuno li usa. Pesano troppo, sono scomodi, richiedono addestramento. Sono più un peso che un aiuto.”
HELK è diverso. Usa elastomeri a deformazione variabile e “tessuti intelligenti” – muscoli artificiali, in pratica. “Fornisce 7-15 kg di supporto supplementare quando sollevi qualcosa. Riduce il consumo metabolico del 15%, riduce lo sforzo lombare del 30%. Ma la cosa più importante: lo indossi e lo dimentichi.”
Le chiedo a chi è destinato. “Operatori sanitari,” risponde immediatamente. “Persone che sollevano pazienti tutto il giorno, tutti i giorni. Stanno distruggendo la loro schiena per salvare vite altrui. Dopo 10 anni, il 60% ha problemi lombari cronici. Alcuni devono lasciare il lavoro.”
Mi fa provare HELK. Effettivamente, quasi non lo sento. Mi fa sollevare un peso – 20 kg simulati. Sento il supporto, una spinta gentile che accompagna il mio movimento senza forzarlo.
“Il problema dei caregivers è invisibile,” dice Elena mentre tolgo l’esoscheletro. “Tutti parliamo di supportare gli anziani, ma chi supporta chi supporta gli anziani? Sono il punto di rottura del sistema. Se collassano loro, collassa tutto.”
Mi mostra dati di validazione pubblicati sul Journal of Biomechanics, certificazione CE medical device classe 2A. È scienza, non promesse. Mentre me ne vado, penso a tutte quelle schiene distrutte di persone che abbiamo reso invisibili chiamandole “operatori sanitari” invece che “esseri umani”.
Il pomeriggio delle AI che promettono troppo
Dopo pranzo, mi immergo nel SilverTech & AI Summit. Un palco, presentazioni da 15 minuti, startup che si succedono con slide ipnotiche e claim sempre più audaci.
inTouch presenta “Mary”, compagno AI che chiama gli anziani ogni giorno. I dati sono impressionanti: riduzione solitudine del 20%, depressione del 24%, rischio demenza del 26%. Il prezzo è accessibile: $29.99 al mese. Tutto sembra perfetto finché un medico geriatra nel pubblico non fa una domanda scomoda: “Ma stiamo davvero dicendo agli anziani che il loro migliore amico è un algoritmo?”
Silenzio imbarazzato. Il founder di inTouch, Vassili, risponde con onestà sorprendente: “È una domanda giusta. Mary non è una sostituzione delle relazioni umane. È un ponte quando quelle relazioni non ci sono. Se hai figli che ti chiamano ogni giorno, non hai bisogno di Mary. Ma se hai figli che lavorano 60 ore a settimana e vivono in un altro continente, Mary potrebbe essere la differenza tra la depressione e un sorriso al mattino.”
La risposta mi sembra onesta, ma il disagio rimane. Dove tracciamo la linea tra supporto e sostituzione?
Careium e Yokeru presentano la loro partnership: automazione AI che ha sostituito il 60% delle chiamate manuali di welfare, aumentando la capacità operativa da 1.000 a 10.000 chiamate al giorno. I numeri sono straordinari. L’engagement degli utenti è passato dal 45% al 92%.
Ma mentre il CEO parla di “efficienza scalabile” e “ottimizzazione operativa”, non riesco a smettere di pensare: stiamo davvero celebrando il fatto che gli anziani ora parlano con robot invece che con esseri umani? La carenza di operatori sanitari è un problema sistemico che dovremmo risolvere con formazione e salari dignitosi, non automatizzando la compassione.
Il rumore cresce verso sera
Alle 17:00, nell’ultimo panel della giornata, tre progetti si presentano in rapida successione.
“AI Compassion Coach” è il primo. La presentazione dura 7 minuti e non dice nulla. Letteralmente. Parole come “empatia algoritmica”, “supporto emotivo calibrato”, “coaching intergenerazionale” si susseguono su slide minimaliste, ma quando chiedo specifiche tecniche, la founder mi guarda come se avessi bestemmiato in chiesa. “Siamo ancora in fase di product-market fit,” dice. Traduzione: non abbiamo un prodotto.
ISENSI presenta “LUCIA & ALMA”, un sistema dual per supporto agli anziani. Il naming è evocativo – due nomi femminili classici italiani, calore mediterraneo, promessa di cura. Ma dopo 10 minuti di presentazione, ancora non ho capito cosa faccia. Sensori? AI? Hardware? Software? “È un ecosistema olistico,” mi risponde evasivamente il founder quando insisto. Mi allontano con l’impressione distinta di aver assistito a un episodio di marketing vaporware.
MyFirmTech chiude la sessione con “TechRing”, un anello wearable per rilevamento precoce malattie cardiovascolari. L’idea è valida – il monitoraggio continuo è importante. Ma il mercato è già saturo di wearable cardiaci. Chiedo cosa differenzi TechRing da Oura Ring, Apple Watch, Whoop, Fitbit. “Il nostro algoritmo proprietario,” risponde il CTO. Quando chiedo dettagli sull’algoritmo, mi dice che è “confidenziale per ragioni competitive”.
Esco dalla sala con un senso crescente di disagio.
La cena degli investitori e le domande scomode
La SilverNight Gala è al piano superiore. Champagne, tartine al salmone, networking sotto lampadari di cristallo. Incontro Lars, investitore danese specializzato in silver tech, che sta già al terzo bicchiere e ha perso il filtro diplomatico.
“Metà di queste startup,” dice indicando vagamente la sala, “sono solo keyword soup. AI, machine learning, blockchain, IoT – buttano dentro tutti i termini che trovano su TechCrunch sperando che qualche venture capital abbocchi. Ma se scavi sotto la superficie, non c’è niente.”
Gli chiedo come distingue le aziende serie dalle fuffa. “Tre domande semplici,” dice contando sulle dita. “Uno: hai utenti paganti in produzione? Non beta tester, non pilot program – clienti che pagano soldi veri. Due: hai pubblicato dati di efficacia? Non ‘stiamo raccogliendo dati’ – paper peer-reviewed, trial clinici, qualcosa di indipendente. Tre: rispondi direttamente alle mie domande o giri intorno con buzzword?”
“E quante superano il test?” gli chiedo.
“Forse una su tre. Le altre due sono o troppo immature – hanno un’idea ma non un prodotto – o sono deliberatamente vaghe perché non c’è sostanza dietro il marketing.”
Un altro investitore, Sarah da Singapore, si unisce alla conversazione. “Il problema,” dice, “è che la silver economy è diventata la nuova frontier del venture capital dopo che crypto è esplosa e metaverse è implosa. Tutti cercano il ‘next big thing’. E gli anziani, beh, sono un target demograficamente perfetto: crescente, con bisogni reali, con soldi da spendere o con sistemi sanitari disposti a pagare. Ma questo attrae anche gli opportunisti.”
Mi racconta di aver visto, negli ultimi tre anni, dozzine di startup che “pivotano” verso la silver economy. “Prima facevano delivery di cibo per millennial, poi fitness app, poi mental health app, e ora – magicamente – sono esperti di invecchiamento. Cambiano tre slide della presentazione, mettono ‘senior-friendly’ sulla homepage, e voilà, sono una silver tech company.”
Il secondo giorno: tra luce e ombra
Torno il giorno dopo con gli occhi più critici. Visito di nuovo gli stand che mi hanno colpito il primo giorno, ma stavolta cerco anche le crepe.
Withings ha uno stand elegante, prodotto validato clinicamente, Sleep Analyzer con sensibilità 88% e specificità 88.6% per apnea notturna. I dati sono pubblicati, il dispositivo è certificato. Ma costa centinaia di euro – accessibile per classe media occidentale, irraggiungibile per molti anziani con pensioni minime.
Hafnova promette “enterprise-grade cybersecurity” per anziani con installazione one-click. L’idea è brillante – gli anziani sono vittime preferite di phishing e truffe online. Ma quando chiedo il prezzo, ricevo risposte evasive. “Dipende dal deployment” significa “costoso”.
Alcove ha 20.000+ utenti e £50 milioni di risparmi documentati per il sistema sanitario britannico. Numeri impressionanti. Ma il range di prezzo – £25 a £1.000 a settimana – è così ampio da essere quasi offensivo. Chi paga £1.000 a settimana per monitoraggio domestico? Anziani ricchi. Chi paga £25? Sistemi sanitari pubblici che comprano in bulk. Il mercato si sta già segmentando tra chi può permettersi sicurezza premium e chi deve accontentarsi del minimo sindacale.
Le conversazioni tra gli stand
Nell’area startup village, sorprendo una conversazione tra due founder. Parlano liberamente, pensando che nessuno li ascolti in mezzo al rumore generale.
“Il nostro CAC è troppo alto,” dice uno, “dobbiamo pivotare verso B2B2C invece che diretto al consumatore. Le famiglie non convertono.”
“Hai provato l’angle della paura?” risponde l’altro. “Noi abbiamo cambiato il messaging da ‘indipendenza e dignità’ a ‘tuo padre potrebbe cadere mentre dormi’. Conversione aumentata del 40%.”
“Smart. Anche noi stiamo testando urgency tactics. ‘Ogni giorno senza monitoraggio è un giorno di rischio.’ Funziona meglio di benessere e qualità della vita.”
Mi allontano con un peso allo stomaco. Stanno parlando di esseri umani – genitori, nonni, persone – come conversion rate e customer acquisition cost. Stanno vendendo paura invece che soluzioni.
L’intervista che non dovevo fare
Nell’ultimo pomeriggio, trovo François seduto in un angolo dell’area caffè, lontano dagli stand. Ha un badge espositore, ma non ricordo di aver visto il suo stand. Gli chiedo cosa faccia.
“Consulenza,” dice vagamente. “Aiuto startup a entrare nel mercato silver economy.”
Gli chiedo come. Inizia a parlare, poi si ferma. Mi guarda. “Off the record?”
Annuisco.
“Guarda, la maggior parte dei miei clienti non ha idea di cosa significhi invecchiare. Sono founder trentenni di San Francisco o Londra o Singapore che hanno visto i dati demografici e hanno fiutato l’opportunità. Gli anziani per loro sono un mercato, non persone. Vengono da me e mi chiedono: ‘Come facciamo a crackare questo segmento?’”
“E tu cosa rispondi?”
“Gli dico di parlare con loro. Di passare tempo in case di riposo, di intervistare caregiver, di capire i problemi veri prima di costruire soluzioni. Ma la metà non lo fa. Costruiscono quello che pensano gli anziani dovrebbero volere, basandosi su assumptions e stereotipi.”
Gli chiedo di farmi un esempio.
“App complicatissime che richiedono smartphone di ultima generazione quando il target ha telefoni da 5 anni. Interfacce con font micro quando il 40% ha problemi di vista. Assistenti vocali che non capiscono accenti regionali o dialetti. Social network per anziani quando quello che vogliono è parlare con i nipoti sui social network veri, non essere ghettizzati in una versione senior.”
“E quando fai notare questi problemi?”
“Alcuni ascoltano e pivotano. Altri mi licenziano e trovano un consulente che gli dice quello che vogliono sentire. Quelli di solito falliscono entro due anni, ma nel frattempo hanno raccolto fondi, fatto rumore, creato aspettative. E quando falliscono, danneggiano la reputazione dell’intero settore.”
François mi chiede di non citarlo per nome. “Ho ancora bisogno di lavorare in questo mondo,” dice con un sorriso amaro.
L’ultimo panel: sostenibilità o speculazione?
Il festival chiude con un panel di esperti: geriatri, economisti, rappresentanti di organizzazioni caregiver, e – inevitabilmente – venture capitalist.
Il dibattito è acceso. La dottoressa Marie Holst, geriatra danese, dice qualcosa che gela la sala: “Stiamo medicalizzando l’invecchiamento. Stiamo trasformando la vecchiaia da fase naturale della vita a problema da risolvere con tecnologia. E ogni soluzione tecnologica crea nuova dipendenza, nuova fragilità.”
Un VC replica piccato: “Ma le tecnologie che abbiamo visto qui salvano vite!”
“Alcune sì,” risponde Holst. “Il cuscino di Wave Therapeutics salva vite. L’esoscheletro di GOGOA previene lesioni. Il radar di Pontosense rileva cadute. Ma un compagno AI che sostituisce le telefonate dei figli non salva vite – perpetua l’isolamento sociale mascherandolo con comfort digitale.”
Rosa Mancini, dell’Eurocarers, aggiunge: “E dov’è la tecnologia per supportare i caregiver familiari? 80% dell’assistenza agli anziani in Europa è fornita da familiari non pagati, principalmente donne che sacrificano carriere e salute. Ma qui vedo esoscheletri per operatori professionali e zero soluzioni per mia madre che assiste mio nonno 24/7 senza stipendio né supporto.”
Il silenzio che segue è eloquente. Nessuno degli espositori presenti ha una risposta.
Le riflessioni del viaggio di ritorno
Nel viaggio in auto verso casa, ripenso ai due giorni. Ho visto futuro autentico: tecnologie che salvano vite, preservano dignità, restituiscono autonomia. Ho incontrato ingegneri con nonni morti per piaghe da decubito che hanno trasformato dolore in innovazione. Ho visto ricercatori pubblicare trial clinici invece che solo comunicati stampa.
Ma ho anche visto rumore. Molto rumore. Startup immature presentate come rivoluzionarie. Partnership annunciate senza prodotti. Prezzi nascosti dietro “contattaci per quote”. Messaging che vende paura invece che empowerment. AI presentata come panacea universale quando spesso è solo automazione glorificata.
E ho capito una cosa: il rischio non è che queste tecnologie non funzionino. Il rischio è che quelle che non funzionano, o che promettono troppo e mantengono poco, distruggano la fiducia nell’intero settore. Come è successo con le crypto, come sta succedendo con il metaverse, come potrebbe succedere con la silver economy.
Perché quando speculazione e bisogni reali si intrecciano, è sempre il bisogno a perdere.
Esco con tre domande aperte sul futuro
Prima di scendere dall’auto, scrivo tre domande nel mio taccuino. Domande che ogni startup, ogni investitore, ogni innovatore nella silver economy dovrebbe porsi:
1. Sto risolvendo un problema reale o creando un bisogno artificiale?
Wave Therapeutics risolve un problema reale: 60.000 morti l’anno. AI Compassion Coach senza specifiche probabilmente no.
2. Sto supportando e rafforzando le persone o creando nuove dipendenze?
Pontosense permette agli anziani di vivere a casa autonomamente. Alcuni compagni AI rischiano di sostituire relazioni umane invece che facilitarle.
3. Il mio prezzo riflette il valore sociale o massimizza il profitto?
$29.99/mese di inTouch è accessibile. £1.000/settimana di Alcove per il tier premium è estrazione di valore.
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Il SilverEco Festival 2025 è stato uno specchio: ha riflesso il meglio e il peggio dell’innovazione tecnologica applicata all’invecchiamento. Ha mostrato che il futuro può essere umano, dignitoso, accessibile. Ma anche che se non stiamo attenti, quel futuro potrebbe essere costruito più per gli shareholder che per gli anziani.
La domanda non è se la tecnologia può migliorare l’invecchiamento. La risposta è sì, l’ho visto con i miei occhi. La domanda è: lo permetteremo? O lasceremo che la speculazione avveleni il pozzo prima ancora che le innovazioni vere abbiano tempo di fiorire?
Una volta entrato nella mia casa fortunatamente ancora poco artificiale, dò l’ultimo sguardo al telefono. C’è un messaggio di mia madre: “Hai chiamato la nonna oggi?”
No, non l’ho fatto. Ero troppo occupato a guardare startup che vendono compagni AI per anziani soli.
Chiamo subito. Alcune tecnologie non sono ancora state inventate. E forse, per fortuna, non lo saranno mai.
