Nipote 1: Nonno, a scuola stiamo studiando la Resistenza, ma qui dicono solo poche righe sul Piemonte. Tu ce la racconti meglio?
Nonno: In Piemonte la Resistenza è stata fortissima. Le montagne, le colline, le cascine… erano piene di ragazzi e ragazze che avevano deciso di non obbedire più ai nazisti e ai fascisti.
Nipote 2: Ragazzi… come quanti anni?
Nonno: Molti avevano 18, 20 anni, qualcuno anche meno. C’erano studenti, contadini, operai delle fabbriche di Torino. Alcuni scappavano per non essere arruolati nell’esercito fascista, altri perché avevano visto le violenze e non ci stavano più.
Nipote 1: E dove andavano?
Nonno: In montagna e nelle campagne. Nelle valli del Cuneese, di Lanzo, in Val Sangone, sopra Torino, nell’Ossola, sulle Langhe. Lassù si formavano le bande partigiane. Vivevano nascosti nei boschi, dormivano in baite, spesso al freddo, e si spostavano continuamente per non farsi trovare.
Nipote 2: Ma cosa facevano tutto il giorno?
Nonno: Si organizzavano. Facevano riunioni, tenevano i collegamenti con le città, preparavano gli attacchi ai presidi nazifascisti, sabotavano linee ferroviarie, recuperavano armi lanciate dagli alleati o prese al nemico. E poi, soprattutto, dipendevano dall’aiuto della gente.
Nipote 1: Della gente come?
Nonno: Le famiglie dei paesi portavano da mangiare, davano notizie, nascondevano i partigiani nelle stalle o nei fienili. C’erano staffette, spesso ragazze, che giravano con la bicicletta o a piedi portando messaggi e ordini, rischiando la vita ogni volta che incrociavano un posto di blocco.
Nipote 2: Ma c’erano solo scontri e agguati, o qualcos’altro?
Nonno: C’era anche qualcosa di più grande. In alcune zone del Piemonte i partigiani riuscirono a cacciare i nazifascisti per qualche settimana o mese e nacquero le cosiddette “repubbliche partigiane”.
Nipote 1: Repubbliche? Come piccoli stati?
Nonno: Più o meno. Erano territori temporaneamente liberati. La più famosa è la Repubblica dell’Ossola: per una quarantina di giorni ci fu un vero governo partigiano, con amministratori, giornali liberi, scuole riaperte. Anche nelle Langhe, nell’Alto Monferrato, nelle valli alpine, si provarono forme di autogoverno, come un’anteprima dell’Italia democratica che sarebbe arrivata dopo la guerra.
Nipote 2: E poi cosa è successo a queste repubbliche?
Nonno: Sono state tutte schiacciate dalle controffensive tedesche e fasciste. Arrivavano in forze, con carri armati e artiglieria. Molti paesi furono incendiati, la gente rastrellata, i partigiani costretti a ritirarsi o a disperdersi. Però quelle esperienze hanno mostrato che i partigiani non erano solo “banditi armati”, ma persone che volevano ricostruire un paese diverso.
Nipote 1: E i sacrari di cui si parla il 25 aprile?
Nonno: In Piemonte ce ne sono tanti. A Torino c’è il sacrario del Martinetto, dove vennero fucilati molti antifascisti; nei cimiteri monumentali trovi le tombe dei partigiani, con lunghe file di nomi. Nelle vallate alpine, come a Forno di Coazze o al Pian del Lot, ci sono ossari e monumenti dove sono raccolte le salme dei caduti. Ogni paese ha lapidi, cippi, stele: è come un grande museo della memoria all’aperto.
Nipote 2: Ma la gente non aveva paura ad aiutare i partigiani?
Nonno: Aveva paura, eccome. Chi veniva scoperto rischiava la deportazione, la fucilazione, la casa bruciata. Però molti hanno scelto lo stesso di aiutare. Alcuni contadini portavano il latte “in più”, qualche pezzo di pane, fingendo di andare a lavorare nei campi. C’era sempre il timore di una spia, o di un rastrellamento improvviso.
Nipote 1: E i nonni, allora, da che parte stavano?
Nonno: Non tutti hanno avuto il coraggio di fare i partigiani, ma ciascuno si è dovuto chiedere da che parte stare. C’era chi stava zitto per paura, chi collaborava con il regime, e chi invece, anche solo con gesti piccoli, dava una mano alla Resistenza: una porta aperta per una notte, un documento nascosto, una parola non detta ai tedeschi.
Nipote 2: Quindi la Resistenza non è stata solo combattere con le armi.
Nonno: Esatto. È stata anche scegliere di non voltarsi dall’altra parte. Stampare un giornalino clandestino, rifiutare di fare la spia, proteggere i perseguitati. In Piemonte, dove c’erano grandi fabbriche, montagne e campagne, questa rete di scelte ha tenuto in piedi il movimento partigiano.
Nipote 1: Ma tutto questo che c’entra con noi adesso?
Nonno: C’entra perché la libertà che avete oggi, il fatto che potete parlare, studiare, votare, nasce anche da quelle scelte. La Costituzione, i diritti, non sono scesi dal cielo: sono passati attraverso quei ragazzi sulle montagne, le repubbliche partigiane, i sacrari pieni di nomi.
Nipote 2: Quindi quando vediamo una lapide o un sacrario non è solo “storia”.
Nonno: È un promemoria. Vi dice: “Qualcuno, qui, ha rischiato o ha perso la vita perché voi non doveste vivere sotto una dittatura”. La Resistenza in Piemonte non è solo nei libri, è scritta nei paesaggi: nelle valli, nelle colline, nelle piazze intitolate ai partigiani.
Nipote 1: Allora, la prossima volta che andiamo in montagna, ci porti a vedere uno di quei posti?
Nonno: Volentieri. Davanti a un sacrario, o su un sentiero partigiano, la storia si capisce meglio che sui banchi. E magari sarete voi, un giorno, a raccontarla a qualcun altro.
