Lavorare oltre i 65 anni: tra benessere, identità e differenze di genere

Negli ultimi vent’anni, il prolungamento della vita lavorativa è diventato un fenomeno strutturale nei paesi OCSE. Oggi, il 29% delle persone tra i 65 e i 69 anni continua a lavorare, quasi il doppio rispetto al 2000. Questo cambiamento ridefinisce il concetto stesso di pensionamento e solleva nuove domande sugli effetti psicologici e sociali di un’attività lavorativa protratta oltre i 60 anni.

Una ricerca delle università di Haifa e Tel Aviv, condotta su oltre 5.300 israeliani prossimi o già in età pensionabile (62 anni per le donne e 67 per gli uomini), mette in luce come il lavoro dopo i 60 abbia impatti molto diversi in base al genere.

Uomini: chi resta occupato a tempo pieno dichiara un livello di soddisfazione superiore o pari ai coetanei in pensione in quattro aree fondamentali: economica, familiare, emotiva e di vita complessiva. L’effetto positivo emerge indipendentemente dal tipo di mansione, suggerendo che per molti il vero valore stia nella continuità dell’attività e nell’identità professionale.

Donne: i benefici si concentrano sul piano economico e familiare, ma solo in presenza di ruoli professionali, tecnici o manageriali. Nelle posizioni meno qualificate, l’impatto positivo è limitato. Secondo l’autrice principale dello studio, Alisa Lewin, questo dipende anche dal fatto che le donne trovano sostegno emotivo e reti sociali anche al di fuori del lavoro.

Un elemento comune ai due sessi riguarda il reddito: chi appartiene a famiglie con risorse più basse ha maggiori probabilità di continuare a lavorare a tempo pieno. Tuttavia, il legame tra benessere e lavoro resta diverso: per gli uomini prevale il peso dell’identità professionale e del senso di responsabilità verso la famiglia, come osserva Cary Cooper dell’Università di Manchester, mentre per le donne entrano in gioco dinamiche più complesse.

Gli studiosi avvertono anche che i risultati potrebbero essere influenzati dal fatto che chi gode già di un buon livello di benessere è più propenso a restare nel mercato del lavoro. Inoltre, il contesto culturale israeliano non è automaticamente trasferibile ad altri paesi. Restano aperti interrogativi sul ruolo del lavoro part-time, che sembra produrre effetti variabili a seconda del genere, delle mansioni e delle modalità di misurazione.

Il quadro che emerge evidenzia una realtà sfaccettata: l’allungamento della vita lavorativa non produce effetti omogenei, ma dipende da genere, reddito, tipologia di occupazione e contesto sociale. Da qui l’esigenza di politiche mirate per la popolazione senior, capaci di rispondere a esigenze diverse e di ridurre le disuguaglianze che si manifestano anche nella terza età